Esistono soldi che hanno un sapore diverso. Quelli che arrivano quando non li aspetti più, non finiscono nel fondo risparmi. Finiscono in un biglietto aereo.
Oggi voglio raccontarvi come il mio tesoretto inaspettato mi ha portato a Barcellona, di come questa città mi ha insegnato che “compiuto” non è sempre sinonimo di bello, e di come ho finito per camminare 50 km in due giorni solo per il piacere di perdermi.
Giorno 1: il respiro di Gaudì e il battito della Rambla
Il mio viaggio è iniziato come d'obbligo a Barcellona, con una visita alla Sagrada Familia, ed è proprio lì che ho appreso il primo insegnamento di quest'esperienza.
Ero davanti a quest'immesa opera architettonica, con il naso all'insù tra gru e impalcature. Mentre cercavo l'inquadratura perfetta, una signora del posto, una di quelle “vecchine” che sembrano conoscere ogni pietra della città mi ha sorriso. In un italiano deliziosamente maccheronico mi ha detto una frase che mi è rimasta impressa:
Mira, chica … è il più grande luogo di culto incompiuto al mondo. È come la vita: non deve essere finita per essere un capolavoro.

In quel momento ho smesso di guardare i lavori come un fastidio. Ho visto il genio di Gaudì che continua a vivere attraverso le mani di chi, ancora oggi, scolpisce quella pietra. Se ci andate, non limitateci a scattare la foto: ascoltate il rumore degli scalpelli. È il battito cardiaco di Barcellona.
Perdersi (seriamente) per ritrovarsi davvero
Tutti vi diranno di andare sulla Rambla. Io vi dico: andateci, comprate un souvenir (io ho preso un regalo per i miei), ma poi fate un passo di lato. La Rambla è una via che non dorme mai, 24 ore su 24. Camminando ho incontato il fascino senza tempo del Teatro Liceu e le bizzarre figure del Museo delle Cere.

Un consiglio da amica: la Rambla va vissuta, ma non mangiate qui. È bellissima per gli artisti di strada e per comprare un souvenir, ma i bar sono trappole costose. Vi basta spostarvi di pochi metri nei vicoli laterali per trovare tapas divine a prezzi modici.
Il pomeriggio è stato un tributo totale ad Antoine Gaudì. Sono corsa al Parc Güell, un progetto residenziale mai finito che oggi sembra un regno incantato. Ho scattato la classica foto alla fontana a forma di drago (inviatela ai vostri amici per farli morire d’invidia!) e ho salutato la città dalla terrazza panoramica.

Prima che facesse buio, mi sono dedicata alle due "signore" di Passeig de Gràcia: Casa Milà, detta La Pedrera (un colosso di 1500 metri quadrati!), e la coloratissima Casa Batlló, riconoscibile dai suoi toni verde e azzurro che richiamano la leggenda di San Giorgio. Come diceva mia nonna: "Guardare e non toccare è una cosa da imparare". Mi sono limitata ad ammirarle da fuori prima di una cena leggera e un sonno ristoratore: la giornata successiva sarebbe stata "tosta".

Giorno 2: dai labirinti gotici al profumo di salsedine
Entrate nel Barrio Gótico senza guardare Google Maps. È quello che ho fatto io il secondo giorno. Mi sono ritrovata in un labirinto di vicoli dove l'ombra è fresca anche quando il sole scotta. Senza accorgermene, sono sbucata in Piazza della Cattedrale.
Lì, tra un artista di strada che suonava una chitarra spagnola e il profumo di churros, ho capito che Barcellona non è fatta per essere "visitata", ma per essere "origliata".
Ho persino comprato un cappello di maglia fatto a mano da un artigiano locale: ogni volta che lo indosso, sento ancora il calore di quelle pietre antiche.

Se cercate il silenzio, il Mercato della Boqueria non è il posto per voi. Ma se cercate la vita, quella vera, entrateci verso le 11 del mattino. È un’esplosione di colori che quasi stordisce. Non è solo cibo; è una performance.
Ho fatto un brunch a base di tapas freschissime, circondata da grida, profumo di mare e frutta esotica.
È lì che mi è venuta una voglia matta di imparare lo spagnolo: volevo ringraziare degnamente il venditore che mi ha fatto assaggiare il miglior jamón della mia vita.

Nel pomeriggio ho cambiato scenario: La Barceloneta. Pensare che un tempo era uno dei quartieri più degradati e oggi, dopo le Olimpiadi del '92, è un gioiello perfettamente sistemato, fa riflettere su quanto una città possa rinascere.
Mi piangeva il cuore a vederla così velocemente, perché l'aria di mare e le case dei pescatori meritano ore di contemplazione.

Ho concluso il tour passando per La Ribera (andateci: è meno turistico e le tapas sono spettacolari!) per poi rifugiarmi nell'Acquario. Il tunnel sottomarino di 80 metri, con squali e razze che ti nuotano sopra la testa, è un'esperienza che ti fa sentire piccola piccola.
Il gran finale? La collina di Montjuïc. Ho preso la tipica teleferica dal porto per godermi la vista e ho visitato lo Stadio Olimpico e il Castello.
Prima di ripartire, mi sono fermata incantata davanti alla Font Magica: uno spettacolo di luci e colori che, insieme ai consigli dei ragazzi della reception del mio hotel, ha reso il mio addio a Barcellona indimenticabile.

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Barcellona è una città che ti spinge a camminare, a guardare in alto e a non stancarti mai. Se senti che è arrivato il momento di farti un regalo, proprio come ho fatto io con il mio “tesoretto”…
Barcellona è una città che ti ricarica. Sono tornata a casa stanca, con le gambe a pezzi, ma con una strana voglia di sorridere a tutti. Forse è l'effetto del sole catalano, o forse è solo che certi viaggi, fatti con soldi inaspettati, sono quello che non dimenticherai mai.
Alla prossima avventura,
Monica
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